PERCHÉ È IMPORTANTE L’APPRENDIMENTO MOTORIO ? Quasi tutto ciò che un tecnico fa in allenamento dovrebbe essere influenzato dai principi dell’apprendimento motorio. Immaginate di voler far schiacciare i vostri giocatori. Una delle prime decisioni dovrà essere come introdurre i nuovi concetti. Dovete far vedere come si esegue il fondamentale o no? Se sì, come sarà la natura della dimostrazione? E quanto dovrà essere lunga? Bisogna parlare durante la dimostrazione? Cosa dovete dire e quanto? Gli studi sull’apprendimento motorio si sono occupati di questi aspetti e forniscono una buona guida all’allenatore.
Magari, nel corso della stagione, il problema potrebbe essere la ricezione e dovete pensare a nuovi esercizi per aiutare la vostra squadra a migliorare. Potrebbe aiutarvi un esercizio di attacco e difesa a coppie, con due giocatori che colpiscono la palla, facendo poi a turno un’alzata, una schiacciata o una difesa. Quanto tempo va dedicato a lanciare i palloni direttamente verso i vostri ricevitori? È meglio concentrare tutto il vostro tempo per la ricezione in un solo blocco o dedicare varie sessioni al fondamentale? Ancora una volta le ricerche sull’apprendimento motorio hanno trovato le risposte a queste domande.
Infine, considerate un centrale che ha problemi nel murare le palle alte fuori-banda. Alcuni feedback (informazione di ritorno) da parte vostra potrebbero aiutarlo. Ma quale tipo di feedback e quanto spesso bisogna fornirlo? Il feedback occupa uno dei settori di studio più vasti dell’apprendimento motorio; ci sono precise indicazioni da seguire se volete aumentare la vostra capacità di fornire informazioni ai giocatori. L’APPRENDIMENTO MOTORIO NELLA PALLAVOLO I casi più importanti nell’apprendimento di un’abilità motoria sono contenuti in un modello sviluppato da Gentile (1972), modificato da Nixon e Locke (1973), e ulteriormente modificato qui per integrare l’apprendimento motorio e la pallavolo.
Seguendo questo modello l’atleta:
1. stabilisce l’obiettivo generale del compito che deve imparare; 2. formula un piano (o programma motorio) da usare nella prima prova; 3. esegue la risposta; 4. aspetta il feedback; 5. decide come provare a farlo la volta successiva, e...6. ripete il processo.
Una parte parallela del modello contiene la sequenza delle decisioni dell’alle-natore e dei suoi possibili interventi. Le ricerche che forniscono le basi per i principi dell’apprendimento motorio sono riassunte in questo modello.
La tabella unisce gli atleti, l’allenatore e i risultati delle ricerche e può servire anche come indice riassuntivo dell’articolo. Molti dei compiti principali dell’allenamento sono contenuti nei primi quattro stadi della tabella. Noi ci focalizziamo su questi:
presentazione dell’obiettivo (aiutando i giocatori a comprendere come le tecniche del gioco devono essere eseguite); sviluppo del programma motorio (pianificando l’allenamento in modo che le tecniche del gioco siano effettivamente allenate); migliorare le risposte;
dare informazioni retroattive (feedback) ai giocatori su ciò che hanno fatto.
[...]Obiettivi degli esercizi
Molti allenatori amano gestire allenamenti molto precisi programmando il tempo esatto per ciascuna fase di questi ultimi. Per esempio un allenatore potrebbe dire una frase del tipo:
«OK, sapete quanto conti la ricezione per i nostri risultati, così voglio dedicare i prossimi 15 minuti per lavorare su questa. Fatelo e lavorate duro». Ma i giocatori non lavoreranno duramente in queste condizioni, e quando avranno finito non avranno un’idea precisa di come si sono allenati. Una metodologia più efficace è quella di dare ai giocatori un obiettivo. Per esempio dicendo ai giocatori: «Voglio che riceviate 50 palloni e quando avrete finito ditemi quanti di questi sono stati precisi». I giocatori lavorano più duramente in queste condizioni, perché quando hanno finito sanno esattamente come è stata la loro prestazione.Un’altra possibilità è quella di dire alla squadra che sta difendendo che rimarrà a difendere finché non batterà la squadra che attacca un certo numero di volte (o magari un certo numero di volte in una rotazione). Allora, se io batto in due minuti e tu ce ne metti sette per farlo, so che la mia prestazione è stata molto buona. Lo so perché ho ricevuto il feedback. [...]Competitività
Un altro modo per aumentare il feedback è quello di fare esercizi competitivi. Molti osservatori ritengono che la squadra maschile U.S.A. sia quella più competitiva del mondo e che lo sia giorno dopo giorno. Molte squadre scelgono i momenti in cui essere competitivi, gli U.S.A. lo sono sempre. Sono competitivi perché effettivamente tutto quello che fanno in allenamento è competitivo, rispecchia la realtà in campo, e non si può essere competitivi senza obiettivi negli esercizi. Quando i giocatori gareggiano in allenamento imparano a essere competitivi e ricevono più informazioni. Infatti sanno se hanno vinto o perso. [...]Giochi a "lavaggio"Bill Neville e Doug Beal hanno previsto molte situazioni di gioco in cui i loro giocatori devono vincere due – o qualche volta tre, quattro, cinque o più – scambi di seguito per rotazione. La prassi è la seguente: tutte le volte che una palla è stata battuta e lo scambio è terminato, un allenatore introduce immediatamente un’altra palla in gioco. Se l’obiettivo è vincere due scambi di seguito per rotazione, la squadra che ha vinto il primo deve vincere anche questo secondo. Se la prima volta l’ha vinto una squadra e la seconda l’altra, nessun punto viene assegnato e il punteggio viene "lavato", pulito.
L’obiettivo può diventare quello di segnare più punti di seguito, così se l’obiettivo è vincere cinque scambi consecutivi in una rotazione, allora dopo il servizio devono essere messe in gioco altre quattro palle (questo finché la stessa squadra continua a vincere gli scambi). Con questo sistema le palle immesse dall’allenatore servono a dare opportunità ai giocatori per rispondere.
Usando queste quattro procedure potrete avere un notevole effetto che dà alla squadra un vantaggio reale sulle altre. Provateli. http://www.varese.federvolley.it/Doc/Allenatori/Tecnico/8_Apprendimento_motorio_pallavolo.pdf
venerdì 11 novembre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
TECNICA E TATTICA DELL'ATTACCO NELLA PALLAVOLO FEMMINILE
Introduzione
L’attacco si allena in funzione di ciò che ci serve per il gioco: cambio palla o acquisizione punto.
Apro una parentesi per affermare che, per un allenatore, con il futuro sistema di punteggio (il Rally Point System) cambierà solo il carico sulla percentuale di errore delle azioni. Per intenderci, vincerà chi sbaglierà meno e verrà molto più rivalutata la capacità di una squadra di difendere e di rigiocare la palla (il "vecchio" cambio palla). Il ruolo del "libero" viene così ad essere molto più rivalutato fino ad essere considerato un punto forza di una squadra, in misura paragonabile ad un attaccante di prima linea.
Dovremo fare più attenzione nella gestione degli errori e, soprattutto, allenare le nostre atlete a saperlo fare in maniera autonoma senza creare situazioni di ansia. Spingiamo l’atleta a rischiare puntando sull’autoresponsabilizzazione.
NOTA
(1) Nel momento in cui vediamo una persona compiere un gesto, reagiamo
a livello di corteccia cerebrale, proprio nella zona motoria. Sono i “neuroni
specchio” che si mettono “in moto” quando colgono l’azione esterna. Tutti
usiamo questi neuroni: quando, ad esempio, incrociamo altre persone
salendo sull’autobus, nel cervello si attiva istantaneamente una copia
dell’intero schema motorio dei loro movimenti e così evitiamo di scontrarci.
Dunque, grazie all’esistenza di queste particolari cellule nervose, scoperte
da un gruppo di neurofisiologi dell’Università di Parma diretto dal prof.
Rizzolati, il nostro cervello è in grado di rappresentare dentro di sé le azioni
compiute da un altro; in pratica, mentre li osserviamo, riusciamo a
comprendere i gesti degli altri replicandoli nella nostra mente cioè
anticipandoli. I campioni “riescono a vedere” l’intera sequenza motoria degli
avversari, già dai loro primissimi movimenti, grazie a catene di “neuroni
specchio dedicati ad un’azione specifica”. Inoltre, l’attivazione di queste
particolari cellule avviene sia quando compiamo un gesto che quando lo
immaginiamo. Sono tutt’ora in corso degli studi per conoscere meglio il
funzionamento dei neuroni specchio e le conseguenze pratiche, che
nell’ambito sportivo si potranno tradurre nell’utilizzo di metodologie di
allenamento innovative.IL CONTRATTACCO (Chi decide il tipo di attacco): Per spiegare la nozione di contrattacco bisogna partire dalla difesa. Parlando di quest’ultima, nei precedenti numeri abbiamo sottolineato come il suo primo compito sia non far cadere la palla, seguito immediatamente dal trasformare la difesa in attacco.Per contrattacco si intendono proprio tutti gli attacchi ottenuti dopo situazioni di difesa. E’ ovvio quindi che tutta l’organizzazione del contrattacco è strettamente collegata all’organizzazione difensiva. Qualsiasi sistema di contrattacco è legato a doppio filo al sistema difensivo e ne è, per certi versi, il naturale proseguimento. Il legame è doppio perché se molto spesso l’organizzazione del contrattacco è condizionato dal sistema di difesa, può capitare, soprattutto nel femminile e scendendo di livello, il contrario: cioè che sia il contrattacco a condizionare il sistema di difesa.[...]
Una volta scelto chi far schiacciare, la domanda successiva è su che tipo di palla attaccare. In questo caso, diversamente dal cambio palla, la scelta spetta all’attaccante. Quindi in contrattacco, più che in altre situazioni, diventa fondamentale la sua chiamata: è lui che decide se attaccare e che tipo di palla attaccare, fermo restando che se l’alzata non è effettuata da un giocatore abile in questo fondamentale è bene che gli attaccanti chiamino delle palle più semplici da alzare, solitamente quelle con traiettorie più alte.[...]
di M. Moretti e R. Righi (PvSupervolley 02/07)
mercoledì 28 settembre 2011
"COME ALLENERO' QUEST'ANNO ?" -Per tecnici del settore giovanile-
“COME ALLENERO’ QUEST’ANNO ?”
“Io sono fatto così!!!”
“Io ho questo carattere!!!”
“Io sono sempre stato abituato così!!!!”
“Io ho sempre fatto così!!!!!!”
“per me va bene così!!!!!”
“Io la penso così!!!”
Quando si inizia un nuovo STAGIONE bisogna sapersi rinnovare mettersi in discussione.
Costruirsi una leadership
(da “Gestione delle risorse umane” P.Drucker, 2009)
• La leadership non è un diritto calato dall’alto , ma è qualcosa che viene riconosciuto dal basso
• Il leader deve continuare ad essere un riferimento credibile e riconosciuto nel tempo
• Oltre al consenso ed al coinvolgimento nel tempo è imprescindibile il raggiungimento di un alto livello di coerenza
• Aggiungere l’elemento temporale (persone e risultati) impone di considerare la leadership come qualcosa di mutevole “Il cambiamento”
• Il “cambiamento” è diventato una dimensione con cui è necessario che “tutti” ma nel nostro caso ALLENATORI, dirigenti e organizzazioni sportive devono prenderne atto.
Il “cambiamento” prevede la messa in discussione delle proprie abitudini, della propria stuttura mentale, del proprio modo di porsi, di fare, di parlare, di insegnare, di organizzare di vedere la propria interazione con l’attività da un punto di vista diverso, nuovo, quindi comprendere e condividere i nuovi obiettivi e la struttura necessaria per raggiungerli.
• Chi non si adatta al cambiamento è destinato a rimanere fuori dalle dinamiche comunicative dall’interazione tra soggetti
• Non è più possibile pensare di raggiungere risultati eccellenti rimanendo sempre gli stessi, rifiutando di mettersi in discussione
• Questo potrebbe significare anche mettere in dubbio ciò che fino a ieri ha portato risultati o ciò che negli anni è sempre stato considerato punto di forza..
• Il mettersi in gioco, nei rapporti, dovrebbe valere, naturalmente, a tutti i livelli: quello organizzativo, di team, del singolo dirigente, del tecnico, dell’atleta di tutto l’indotto.
La motivazione come valore
- Sviluppare il senso di appartenenza
- Valorizzare il ruolo e il contributo di ognuno
- Promuovere il consenso sulle decisioni
- Mediare i conflitti, tutelando soprattutto i deboli senza condannare i più forti
- Da gratificare a RESPONSABILIZZARE
Per produrre il “cambiamento” bisogna volerlo, questo processo ha bisogno di 4 elementi fondamentali:
Condivisione
Disponibilità
Tempo
Pazienza
Coerenza
COSTRUZIONE di un MODELLO
Costruire un ambiente positivo, formativo e motivante, promuovere la qualità, l’educazione, la motivazione, la partecipazione, non subire, o limitare al 8-10% gli abbandoni. Promuovere il talento ma anche la pratica dell’attività sportiva.
Io nel progetto:
La completa condivisione ci impone di :
“Sentirsi funzionali al sistema e non satelliti di un sistema”
“Se decido di stare dentro…..scelgo di essere un protagonista”
Iniziare per gradi, per costruire un modello , bisognerà definire alcuni aspetti importanti:
- Il metodo
- Le regole
- Il controllo
- La qualità
IL METODO
“ALLENARE non vuol dire solo far crescere un atleta, ma soprattutto far crescere una persona, chi è deputato alla formazione deve essere disposto anche al cambiamento, se necessario, dello stile personale. Deve essere disposto a studiare, apprendere ed applicare i principi pedagogici elementari.
‘ALLENAMENTO è un PROCESSO PEDAGOGICO GUIDATO………………………”
Modificare l’habitat, attraverso la scelta dello stile.
“AUTORITA’ O AUTOREVOLEZZA”
“G. Esposito, RU. Management A.“
La differenza sostanziale tra autorevolezza e autorità è rappresentata dall'origine dell’assegnazione dell'una o dell'altra.
L'autorità è corrispondente al livello gerarchico, quindi al potere del grado.
L'autorevolezza è invece riconosciuta dagli altri.
L'autorità è corrispondente al livello gerarchico, quindi al potere del grado.
L'autorevolezza è invece riconosciuta dagli altri.
In genere, l'autorità è legata allo stile direttivo (ad esempio per comunicare ordini non negoziabili), quindi al superiore gerarchico, al "capo"; L'autorevolezza, invece, più efficacemente si associa allo stile partecipativo, quindi al consenso e alla capacità di convincere e di vendere, anche un'idea.
L’Autorevole è un capo che non ha paura di perdere credibilità, al contrario, interviene con rapidità nel prendere decisioni e nel negoziare con la propria gerarchia. Il capo autorevole, quindi, ha anch'esso una sua azione autoritaria, ma la sua dote maggiore è rappresentata dalla capacità soprattutto comportamentale, di comunicare con i suoi collaboratori individualmente, con tutto il gruppo ed esercitare quando necessario la propria gerarchia.
L’Autorevole è un capo che non ha paura di perdere credibilità, al contrario, interviene con rapidità nel prendere decisioni e nel negoziare con la propria gerarchia. Il capo autorevole, quindi, ha anch'esso una sua azione autoritaria, ma la sua dote maggiore è rappresentata dalla capacità soprattutto comportamentale, di comunicare con i suoi collaboratori individualmente, con tutto il gruppo ed esercitare quando necessario la propria gerarchia.
Nell’ambito sportivo autorità e autorevolezza devono essere entrambe presenti nella persona dell’allenatore , lo stile autoritario risulterà fondamentale nella conduzione di allenamenti e nei momenti di vita comune, lo stile autorevole sarà invece indispensabile nel difficile lavoro di equilibrio tra i rapporti allenatore-atleti-regole, tra atleti-atleti-dinamiche di gruppo, tra allenatore-dirigente-società, tra allenatore-atleta-genitori.
IL tutto guidato da una grande dose di BUON SENSO.
LE REGOLE
Priorità di scelta:
- Educazione e comportamento (linguaggio e regole comportamentali durante tutta l’attività)
- Rispetto di persone e strutture ( allenatori, compagni di squadra, allenamenti, dirigenti, genitori, palestre, spogliatoi, pulmino)
- Comportamento sportivo (Arbitro, avversari, pubblico, trasferte)
IL CONTROLLO
ATTEGGIAMENTO COERENTE “Alle parole seguono i fatti ….sempre”
- Profondo rispetto per la persona/atleta/giovane
- Stesso stile con tutti
- Stessa quantità comunicativa con tutti
- Stessa qualità comunicativa con tutti
- Stessa interazione con tutti
- Stessa attenzione tecnica con tutti
- Un obiettivo tecnico ed agonistico per tutti
- Sviluppo per tutti del senso di appartenenza al gruppo ed all’attività
- Campo per tutti in proporzione alle capacità … MA PER TUTTI !!!!
ERRORI DA NON COMMETTERE
Non lasciarsi influenzare da simpatie ed antipatie
Non lasciarsi condizionare dai furbetti
Non lasciarsi condizionare dalla bravura tecnica
Non lasciarsi condizionare da genitori antipatici
Non parlare mai di altre cose se non dell’accaduto
Non usare “mai” parole offensive neanche per scherzo
Non usare “mai” parole lesive neanche per scherzo
Non usare mai parole che indichino punizioni “corporee”
Non scendere mai sul personale
Non alzare mai la voce
Non perdere mai la calma
Non sentirsi chiamato in causa
PERDITA di COERENZA INDIVIDUALE
- Avere un comportamento poco attento e superficiale
- Mostrare con parole e comportamento , poca motivazione, poco entusiasmo
- Avere un linguaggio demotivante e scoraggiante anche se per scherzo
- Partecipare passivamente all’allenamento (allontanarsi dalla palestra, stare seduti, parlare con altri, parlare al telefonino)
- Usare due pesi e due misure
- Lasciarsi condizionare dal proprio umore giornaliero
- Accanirsi sempre contro gli stessi
- Non considerare tutte gli atleti “persona” allo stesso modo
- Non dare a tutti le opportunità tecniche, in allenamento e gara.
- Essere poco propositivi in allenamento e gara perdendo subito la pazienza
- Essere assenteisti
- Incoerenza tra il dire ed il fare
PERDITA di COERENZA AMBIENTALE
- Non rispettare il regolamento e le procedure
- Avere un atteggiamento buonista per apparire più bravi degli altri
- Mettere in dubbio l’operato di un altro tecnico o dirigente
- Parlare privatamente, esponendo la propria contrarietà al regolamento, alle procedure, ad un episodio e ad un provvedimento sia con i diretti interessati che con chiunque appartenente all’ambiente .
- Contraddire pubblicamente l’applicazione del regolamento e delle procedure, ma discuterne privatamente
- Prendere provvedimenti immediati con atleti di altri gruppi senza attivare le procedure
- Scendere sul personale con altri tecnici, dirigenti, genitori………….
LA QUALITA’
PROCEDURE PER UN ALLENAMENTO ORGANIZZATO
PRESUPPOSTI
Puntualità
Avvisare con sms/tel/allenamento precedente per : assenze ritardi e permessi vari (pena l’applicazione delle procedure)
Si arriva in palestra 15’ prima dell’ora di allenamento (non un’ora prima)
Comportamento corretto negli spogliatoi e corridoi
ATLETI
Divisa da allenamento obbligatoria per tutti
Bottiglia o borraccia per bere durante l’allenamento
Elastico individuale, ginocchiere
ALLENATORE
Rete ben messa, carrello, palloni, altra attrezzatura necessaria , borsa medicinali
In tuta, con cartellina e programma di allenamento e registro presenze.
Si entra il palestra solo al momento di inizio allenamento e non prima
Raduno in cerchio al centro del campo, per verifica presenze, presentazione allenamento
Allenamento: non si parla , non si perde tempo, non ci si distrae,
Spiegazione esercizio breve e chiara, correzioni se possibile, individuali senza interrompere, di squadra con brevissime interruzioni
Ogni blocco di lavoro 30’ circa, sosta per bere 45’’
Al termine raduno al centro del campo per comunicazioni e programmi
Controllo finale negli spogliatoi per verificare il comportamento
DA EVITARE
Di organizzare esercizi che escludono alcuni atleti
Di organizzare esercizi, cambi e rotazioni che limitano sempre gli stessi atleti
Di organizzare esercizi troppo complicati e tecnicamente complessi
Di organizzare allenamenti sempre con la stessa struttura
Di organizzare esercizi che non abbiano una progressione crescente
Di provare sempre il sestetto che gioca senza mai provare gli altri
Di abbassare il livello qualitativo dell’allenamento per provare tutti
Di interrompere con frequenza gli esercizi
Di non interrompere mai gli esercizi
CONSIGLI PER FAR GIOCARE TUTTI SENZA ABBASARE TROPPO LA QUALITA’
Oltre ai cambi classici per ruolo, durante gli allenamenti:
Specializzare alcune riserve sulla battuta (per un cambio in battuta)
Specializzare alcune riserve per la difesa( per un giro dietro)
Specializzare alcune riserve per il muro o attacco per un giro avanti
I CAMBI, QUANDO?
Nella prima parte del set (fino a 16)
In set con uno scarto positivo o negativo di 4 punti
Al 3° set di una partita compromessa (che si poteva vincere)
In set con scarti superiori ai 6 punti
Distribuiti al 1° 2° 3° di una partita che si può vincere
Mai 2/3 cambi insieme quando si è in vantaggio di 2-0 (set)
Distribuiti con parsimonia ed in maniera strategica in un set o partita equilibrata (cambio in : battuta, a muro sul centrale avanti, in difesa sull’opposto in 2° linea che non riceve, al posto del palleggiatore basso per una posizione avanti, cambio avanti su un attaccante che non attaccherà comunque ……)
RAPPORTI SPORT/STUDIO
L’istruzione deve rimanere la prima priorità nel percorso formativo di una persona, per cui nella nostra attività dovremo tenere in considerazione questo punto. Chiaramente bisognerà giocare d’anticipo, con alcuni passaggi importanti:
- Chiedere periodicamente agli atleti il loro andamento scolastico
- Chiedere periodicamente ai genitori l’ andamento scolastico dei figli
- Concedere ogni tanto la pausa studio
- Chiedere la copia del pagellino/pagella
- In caso di scarso rendimento scolastico, scegliere il periodo strategicamente “MIGLIORE” per una sospensione dalle attività, concordata con i genitori, per permettere il recupero.
- Non sovraccaricare troppo gli atleti, occupando ogni giorno con allenamenti e gare
- Ricordiamoci sempre che abbiamo a che fare con soggetti in fase di CRESCITA a 360° e lo sport deve essere scelto e non imposto.
mercoledì 24 agosto 2011
LA MOTIVAZIONE
viene da dentro o da fuori? Quando si parla di motivazione non si sa mai da che parte incominciare. Ci sono allenatori che ritengono che la motivazione sia un indefinibile dono di natura, per cui un atleta o la possiede o no. C'é chi, sentendosi come John Belushi "in missione per conto di Dio", ritiene che la motivazione sia un dono di inestimabile valore da consegnare ai propri atleti nel momento in cui si ritenga giusto farlo.
I primi di solito cercano di selezionare atleti simili a loro, circondandosi di persone che la pensano nel loro stesso modo dal punto di vista dell'atteggiamento o del concetto di squadra.
Entrambi questi atteggiamenti non sono esaustivi. Pensare che gli atleti vogliano o non vogliano fare qualcosa "per natura" o che solo l'allenatore potrá darà loro la motivazione per farlo non è solo un ottica ipersemplificata, ma è del tutto negativa. Alcuni allenatori ritengono erroneamente che un atleta non sia motivato quando questi si oppone a fare tutto ciò che l'allenatore pretende. Ma spesso gli atleti che si oppongono alle direttive dell'allenatore sono, invece, fortemente motivati allo sport. Essi sono soltanto non motivati ad accettare le strutture e i metodi dettati dal loro allenatore. Alcuni atleti vogliono fare a modo loro, e quando fanno così, gli allenatori li considerano come un "problema disciplinare", in special modo quegli allenatori che tendono a mantenere la loro posizione di potere all'interno della squadra. La fonte di conflitto tra allenatore ed atleta emerge spesso dal tentativo dell'allenatore di soddisfare le proprie esigenze attraverso la squadra, piuttosto che considerare le esigenze degli atleti. Drop-out, coinvolgimento e divertimento Proviamo a concentrarci su due concetti importanti:
1) spesso il più grande impegno di un allenatore non è costruire la motivazione negli atleti, ma evitare di distruggere la motivazione intrinseca allo sport che essi già possiedono.
2) Gli allenatori dovrebbero strutturare gli allenamenti in forma divertente, organizzandoli in base alla varietà e al massimo coinvolgimento di tutti i giocatori.
Il primo punto assume una importanza decisiva soprattutto quando si ha a che fare con ragazzi di settore giovanile. Il fenomeno del "Drop Out", dell'abbandono precoce dello sport, é un grande problema specialmente per gli sport come il nostro. La pallavolo, infatti, é uno sport molto "tecnico", dove per riuscire a giocare divertendosi bisogna avere acquisito delle abilitá che richiedono tempo e pazienza e la cui costruzione passa attraverso esercitazioni che possono essere anche un po'... noiose. Secondo una importante ricerca sul drop out (Sapp & Hanbenstricker, 1978) i principali fattori di abbandono sono proprio: problemi con l'allenatore o con i compagni, l'eccesso di competizione, la noia e poi, ma soltanto dopo, altri interessi e infortuni.
Ogni allenatore di settore giovanile dovrá dunque avere ben chiari i tre principali rischi di abbandono: i problemi con la sua persona o fra "compagni" di squadra, l'eccesso di competizione e la noia. Riguardo a quest'ultimo punto voglio ricordare un esempio abbastanza significativo che risale ad una mia esperienza un po' lontana nel tempo ma per me molto formativa.
Ero stato incaricato dalla mia societá (era il Cus Torino e si parla degli inizi degli anni '90) di coordinare l'attivitá dei nostri istruttori di minivolley nella scuola elementare. Nel corso delle mie visite alle scuole ricordo un istruttore che, secondo la sua progressione didattica, stava insegnando il palleggio.L'immagine che vidi era quella di una quindicina di bambini di quarta elementare allineati davanti ad un muro e "costretti" a palleggiare contro il muro per venti minuti. Sono pronto a scommettere che di quei bambini oggi nessuno gioca a pallavolo.
Perché per loro la pallavolo, non rappresenterá altro che quel muro grigio...
Questo esempio ci serve dunque per arrivare al secondo punto: il divertimento e il coinvolgimento dei propri atleti. Se questo é importante in serie A, immaginerete che diventa assolutamente decisivo nelle categorie inferiori e nei settori giovanili.
Divertimento e coinvolgimento, a tutti i livelli dal settore giovanile in su, passa spesso attraverso un semplicissimo esercizio: il gioco 2 contro 2 o 3 contro 3 su campo ridotto! Non dimentichiamo mai di inserirlo nei nostri piani di allenamento. Ogni singolo atleta tocca centinaia di volte in piú il pallone, essendo sempre al "centro" dell'azione di gioco: coinvolgimento e divertimento appunto! Non temete che fare questi giochini vi faccia perdere sincronie ed automatismi del 6 contro 6: spesso succede l'esatto contrario! Allenatori, motivatori e psicologi dello sport Alcuni allenatori oggi fanno propri quei pacchetti motivazionali, sussidi audiovisivi e consulenti che si autodefiniscono (a torto) psicologi dello sport. Molti di questi metodi sono superficiali.
E costituiscono, tra l'altro un approccio a breve termine a quella che è invece una sfida a lungo termine. È come se in una macchina mettessimo nel motore una benzina "speciale" che permette di sviluppare per qualche ora una velocitá superiore.
Ma terminata la benzina il motore torna ad essere quello di prima (forse un pó piú usurato).
Gli interventi decisivi e duraturi nel tempo sono invece quelli che vanno a "modificare" strutturalmente il motore.
Per fare questo crediamo che nessun allenatore possa delegare ad altri la propria responsabilità di dirigere la motivazione dei propri atleti. L'allenatore è parte troppo vitale della squadra per poter abdicare da questa responsabilità. Ma proprio per poter svolgere al meglio questo compito riteniamo importante che sia lo stesso allenatore a "motivarsi" magari appoggiandosi a dei consulenti veri che conoscono realmente il beneficio che la psicologia dello sport può costituire. La psicologia dello sport é una scienza, "l'arte" della motivazione é una cosa molto piú difficile da definire, ma facile da vendere. Insomma: attenzione ai venditori di fumo. Mauro Berruto
I primi di solito cercano di selezionare atleti simili a loro, circondandosi di persone che la pensano nel loro stesso modo dal punto di vista dell'atteggiamento o del concetto di squadra.
Entrambi questi atteggiamenti non sono esaustivi. Pensare che gli atleti vogliano o non vogliano fare qualcosa "per natura" o che solo l'allenatore potrá darà loro la motivazione per farlo non è solo un ottica ipersemplificata, ma è del tutto negativa. Alcuni allenatori ritengono erroneamente che un atleta non sia motivato quando questi si oppone a fare tutto ciò che l'allenatore pretende. Ma spesso gli atleti che si oppongono alle direttive dell'allenatore sono, invece, fortemente motivati allo sport. Essi sono soltanto non motivati ad accettare le strutture e i metodi dettati dal loro allenatore. Alcuni atleti vogliono fare a modo loro, e quando fanno così, gli allenatori li considerano come un "problema disciplinare", in special modo quegli allenatori che tendono a mantenere la loro posizione di potere all'interno della squadra. La fonte di conflitto tra allenatore ed atleta emerge spesso dal tentativo dell'allenatore di soddisfare le proprie esigenze attraverso la squadra, piuttosto che considerare le esigenze degli atleti. Drop-out, coinvolgimento e divertimento Proviamo a concentrarci su due concetti importanti:
1) spesso il più grande impegno di un allenatore non è costruire la motivazione negli atleti, ma evitare di distruggere la motivazione intrinseca allo sport che essi già possiedono.
2) Gli allenatori dovrebbero strutturare gli allenamenti in forma divertente, organizzandoli in base alla varietà e al massimo coinvolgimento di tutti i giocatori.
Il primo punto assume una importanza decisiva soprattutto quando si ha a che fare con ragazzi di settore giovanile. Il fenomeno del "Drop Out", dell'abbandono precoce dello sport, é un grande problema specialmente per gli sport come il nostro. La pallavolo, infatti, é uno sport molto "tecnico", dove per riuscire a giocare divertendosi bisogna avere acquisito delle abilitá che richiedono tempo e pazienza e la cui costruzione passa attraverso esercitazioni che possono essere anche un po'... noiose. Secondo una importante ricerca sul drop out (Sapp & Hanbenstricker, 1978) i principali fattori di abbandono sono proprio: problemi con l'allenatore o con i compagni, l'eccesso di competizione, la noia e poi, ma soltanto dopo, altri interessi e infortuni.
Ogni allenatore di settore giovanile dovrá dunque avere ben chiari i tre principali rischi di abbandono: i problemi con la sua persona o fra "compagni" di squadra, l'eccesso di competizione e la noia. Riguardo a quest'ultimo punto voglio ricordare un esempio abbastanza significativo che risale ad una mia esperienza un po' lontana nel tempo ma per me molto formativa.
Ero stato incaricato dalla mia societá (era il Cus Torino e si parla degli inizi degli anni '90) di coordinare l'attivitá dei nostri istruttori di minivolley nella scuola elementare. Nel corso delle mie visite alle scuole ricordo un istruttore che, secondo la sua progressione didattica, stava insegnando il palleggio.L'immagine che vidi era quella di una quindicina di bambini di quarta elementare allineati davanti ad un muro e "costretti" a palleggiare contro il muro per venti minuti. Sono pronto a scommettere che di quei bambini oggi nessuno gioca a pallavolo.
Perché per loro la pallavolo, non rappresenterá altro che quel muro grigio...
Questo esempio ci serve dunque per arrivare al secondo punto: il divertimento e il coinvolgimento dei propri atleti. Se questo é importante in serie A, immaginerete che diventa assolutamente decisivo nelle categorie inferiori e nei settori giovanili.
Divertimento e coinvolgimento, a tutti i livelli dal settore giovanile in su, passa spesso attraverso un semplicissimo esercizio: il gioco 2 contro 2 o 3 contro 3 su campo ridotto! Non dimentichiamo mai di inserirlo nei nostri piani di allenamento. Ogni singolo atleta tocca centinaia di volte in piú il pallone, essendo sempre al "centro" dell'azione di gioco: coinvolgimento e divertimento appunto! Non temete che fare questi giochini vi faccia perdere sincronie ed automatismi del 6 contro 6: spesso succede l'esatto contrario! Allenatori, motivatori e psicologi dello sport Alcuni allenatori oggi fanno propri quei pacchetti motivazionali, sussidi audiovisivi e consulenti che si autodefiniscono (a torto) psicologi dello sport. Molti di questi metodi sono superficiali.
E costituiscono, tra l'altro un approccio a breve termine a quella che è invece una sfida a lungo termine. È come se in una macchina mettessimo nel motore una benzina "speciale" che permette di sviluppare per qualche ora una velocitá superiore.
Ma terminata la benzina il motore torna ad essere quello di prima (forse un pó piú usurato).
Gli interventi decisivi e duraturi nel tempo sono invece quelli che vanno a "modificare" strutturalmente il motore.
Per fare questo crediamo che nessun allenatore possa delegare ad altri la propria responsabilità di dirigere la motivazione dei propri atleti. L'allenatore è parte troppo vitale della squadra per poter abdicare da questa responsabilità. Ma proprio per poter svolgere al meglio questo compito riteniamo importante che sia lo stesso allenatore a "motivarsi" magari appoggiandosi a dei consulenti veri che conoscono realmente il beneficio che la psicologia dello sport può costituire. La psicologia dello sport é una scienza, "l'arte" della motivazione é una cosa molto piú difficile da definire, ma facile da vendere. Insomma: attenzione ai venditori di fumo. Mauro Berruto
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